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Taiji Quan: tra arte marziale e sistema terapeutico per la salvaguardia del corpo e della mente
da Icaro n.4 Luglio-Agosto 2002

Il Taijiquan è un’arte marziale della tradizione cinese che sta vivendo una fase di grande popolarità come  ginnastica terapeutica che ben si adatta a combattere lo stress e le nevrosi moderne attraverso un lavoro che agisce simultaneamente a livello fisico e psicologico.
Esistono molte leggende sulle origini del Taijiquan, quella più accreditata narra che il monaco taoista Zhan Sanfeng, vissuto intorno al 1.200, si trovò ad assistere ad una lotta tra una gazza ed un serpente. Quest’ultimo schivava gli attacchi ruotando flessibilmente su se stesso. La visione offrì al monaco l’idea di come la morbidezza e la circolarità siano più efficaci della durezza e lo indusse a creare una serie di movimenti che sono ritenuti essere la base del Taijiquan.
Documenti ufficiali attribuiscono invece le origini del Taijiquan al capostipite della famiglia Chen, Chen Wangting (1600-1680). Questi integrò l’arte marziale con esercizi di respirazione e di sviluppo dell’energia interna codificando in sequenze di movimenti le prime forme di Taijiquan a mani nude e con le armi.
Nel corso dei secoli il Taijiquan stile Chen si è sviluppato conservando intatte le sue caratteristiche fino all’attuale XIX° generazione.
Dallo stile originario della famiglia Chen si sono in seguito sviluppati diversi stili tra i quali il più famoso è lo stile Yang, sistematizzato da Yang Chengfu, che pur conservandone i principi rappresenta una semplificazione dell’antica arte.

Nel tentativo di penetrare lo spirito di quest’arte abbiamo intervistato il Maestro Gianna Sabatelli, allieva diretta del Gran Maestro Chen Xiao Wang, il depositario ufficiale nel mondo della XIX° generazione del Taijiquan stile Chen.


Il Maestro Chen Xiaowang e Gianna Sabatelli in un ritiro montano (giugno1997)

Qual è il significato del termine Taiji Quan?

Taiji Quan letteralmente può essere tradotto come arte marziale del Tai Ji o principio supremo il cui simbolo, un cerchio suddiviso in una parte bianca, Yang, ed una nera, Yin, è ormai abbastanza popolare in ambiti molto diversi. Il Tai Ji, concetto chiave del Taijiquan, è una sorta di principio cosmologico che la civiltà cinese pone all’origine di tutte le manifestazioni dell’universo già dal VI secolo a.C.. Yin, principio femminile, e Yang, principio maschile, sono elementi complementari di un insieme che è appunto il Tai Ji e la loro alternanza, come armonia degli opposti, si ritrova in ogni aspetto del Taijiquan. Questa filosofia descrive come le cose funzionano in relazione alle altre ed in relazione all’universo, in un continuo processo di mutamento. L’armonia, come sostiene Joseph Needham, forse il maggior sinologo mai esistito, è considerata, nel pensiero cinese, il principio fondamentale di un ordine cosmico spontaneo e organico in cui nessuna parte può essere compresa se non in relazione al tutto e lo squilibrio di una parte determina lo squilibrio del tutto.  La stessa armonia è da ricercare nel Taijiquan dove il corpo deve muoversi all’unisono come una sfera del Taiji senza mai perdere il proprio centro. Se ci si muove in maniera fluida e senza blocchi non si perde l’equilibrio e il corpo diviene forte. Allo stesso modo la mente deve restare aperta e disponibile, essere in grado di percepire il cambiamento e quindi di assecondarlo. Quando la mente si concentra solo su un aspetto si blocca, perde l’equilibrio e non è più in grado di restare tranquilla. Tutto questo è compreso nel termine Taiji Quan.

E’ corretto definire il Taijiquan un arte marziale?

Si, è corretto definire il Taijiquan un arte marziale fondata sulla teoria Yin- Yang purchè questa definizione non ci porti fuori strada. L’arte marziale è solo uno degli aspetti che il Taijiquan coltiva al suo interno. Gli altri aspetti sono relativi alla salute come equilibrio del corpo e della mente, l’arte del movimento, l’etica e la filosofia dell’azione. Questi aspetti sono inseparabili. E’ possibile privilegiarne alcuni, secondo le proprie disposizioni personali, ma nessuno dev’essere trascurato. Il pensiero cinese è umanista e naturalista e gli insegnamenti si rivolgono sempre alla persona intera suggerendo temi adatti all’addestramento dell’intero essere poiché lo scopo è quello di migliorare la propria vita in armonia con la natura ed il mondo. Mi piace definire il Taijiquan una disciplina olistica che si caratterizza non solo come arte marziale o tecnica di lunga vita ma verosimilmente come disciplina del mutamento che incoraggia la realizzazione dell’individuo. Intendo dire con questo che il Taijiquan utilizza delle tecniche centrate sul corpo per favorire il riequilibrio e l’integrazione di corpo, mente ed emozioni e promuovere lo sviluppo globale dell’uomo in sintonia con la natura. Dunque tali tecniche sono  delle possibili vie operanti un profondo decondizionamento a livello culturale, corporeo ed emozionale. Esse permettono il recupero di facoltà perdute o dimenticate nel corso dello sviluppo dell’identità personale e della coscienza sociale.

Nel Taijiquan, come nell’agopuntura, si parla di energia: qual’e la sua funzione?

L’energia, il Qi per i cinesi, costituisce l’elemento basilare nel Taijiquan. Possiamo intenderla come un tipo di forza o soffio vitale che permea di sé ogni cosa nell’universo, organica e inorganica. Il Qi, di origine naturale, è in continuo movimento, contiene informazioni e consente di riceverne, assumendo caratteristiche e funzioni diverse a seconda dei compiti. All’interno del corpo umano mette in relazione gli organi interni con le varie parti del corpo e rappresenta il tramite tra la mente ed il corpo. A livello più generale mette in relazione l’uomo, microcosmo, con l’universo, macrocosmo. Il Qi, cioè questo sistema circolatorio ed energetico, è sensibile all’azione della mente indipendentemente dalla nostra maggiore o minore consapevolezza. In maniera sintetica potremmo dire che il Taijiquan mette il Qi sotto il controllo della mente. Nello specifico, la pratica del Taijiquan consente di unificare la mente e il corpo attraverso un’allenamento che sviluppa il Qi e lo connette  con il Dantian, il centro dell’equilibrio psicofisico situato sotto l’ombelico. Ciò rinforza i movimenti di tutte le parti del corpo e rende capaci di concentrare la forza in un punto preciso per emetterla come avviene in alcuni movimenti vigorosi e veloci denominati Fa Jin. Quando il Qi è generato nell’area del Dantian comunica con le cellule, i muscoli, le ossa e l’intero corpo può muoversi simultaneamente e con forza. Nel Taijiquan tradizionale della famiglia Chen riveste grande importanza anche la pratica del Qi Gong, letteralmente lavoro sul Qi. E’ di fondamentale importanza la pratica della posizione del palo o della palla, in cinese Zhan Zhuang Gong. In questa posizione, con la mente libera da pensieri, si pone attenzione alla postura eretta del corpo con le braccia inarcate come a tenere una grossa palla. Lo scopo principale del Zhan Zhuang è quello di convogliare l’energia nel Dantian che in questo modo diviene forte e apre tutti i percorsi energetici. Sia nella posizione della palla che nelle posizioni tipiche del Taijiquan, viene fatto un vero e proprio allineamento posturale energetico, cosa che caratterizza peculiarmente la didattica del mio Maestro Chen Xiao Wang. Se la postura non è corretta, e con questo intendiamo anche il giusto atteggiamento mentale, il Qi non può scorrere liberamente.

Quali sono le prime regole che vengono impartite ad un principiante?

La prima regola da seguire è essere naturali perchè se c’è troppa tecnica il Qi non fluisce. Bisogna evitare di forzare i movimenti senza però essere svogliati. La mente dev’essere forte per guidare il Qi. La seconda regola è capire il movimento e cercare la giusta coordinazione tra le varie parti del corpo. Praticando il giusto tempo i movimenti divengono chiari ed è possibile percepire il calore prodotto dal Qi interno che comincia a scorrere. Così la terza regola è comprendere i movimenti dell’energia e sentirla fluire. Questo significa sviluppare una percezione più profonda. Infine è possibile percepire i mutamenti Yin- Yang  e fare in modo che si trasformino dinamicamente l’uno nell’altro. In altri termini possiamo dire che a livello iniziale il 50% della mente si concentra sul movimento e la coordinazione mentre l’altra metà è vuota e attenta all’ascolto delle sensazioni provenienti dal corpo. Ad un livello intermedio una parte più piccola della mente segue i movimenti mentre l’altra è libera di seguire i moti dell’energia interna. Nello stadio avanzato tutti i canali energetici sono aperti e il Qi fluisce liberamente così la mente genera l’intenzione, lo Yi, senza la necessità di seguire il movimento ma restando aperta e flessibile ad ogni cambiamento. Nei testi classici del Taijiquan si dice: La mente genera l’intenzione, l’intenzione guida il Qi ed il Qi muove l’intero corpo.

Cosa ne pensa dell’interesse che si sta sviluppando intorno al Taijiquan?

Per comprendere l’interesse che si sta sviluppando intorno al Taijiquan possiamo utilizzare la teoria Yin-Yang su cui questa disciplina si fonda. Secondo la filosofia Yin-Yang l’armonia è il risultato dell’equilibrio dinamico tra due forze che rappresentano aspetti contrapposti e complementari. Possiamo dire che la nostra epoca ha sviluppato al massimo soltanto uno dei due aspetti trascurando l’altro. L’enfasi posta sullo sviluppo tecnologico, sul consumismo e sull’immagine ha prodotto una visione dell’uomo frammentata e simile ad una macchina efficiente in cui è possibile sostituire i pezzi malfunzionanti o esteticamente non desiderabili. Più in generale lo sviluppo economico ed il progresso non sono stati sostenuti da alcuna etica così l’dentità dell’avere e dell’apparire ha prevalso sull’essere, generando una perdita del senso di appartenenza e di significati profondi. Abbiamo già detto che secondo i principi di questa filosofia nessuna parte può essere compresa se non in relazione al tutto e lo squilibrio di una parte determina lo squilibrio del tutto. Ecco che proprio dallo squilibrio nasce l’esigenza di conoscere e praticare discipline che, come il Taijiquan, conducono l’uomo a ridiventare se stesso e a ritrovare la propria essenza e la propria libertà all’interno della propria natura. Vale a dire l’esigenza di reintegrare mente, corpo ed emozioni operando un cambiamento profondo che tenga conto di tutti gli aspetti dell’essere umano, compreso quello spirituale, nel rispetto della natura e per una migliore qualità della vita.

Ci tolga una curiosità, è vero che nella tradizione orientale i maestri tendono a preservare i segreti della loro arte?

Nella mia esperienza non è così. Del resto l’unico segreto da scoprire consiste nella volontà di sviluppare se stessi ed il proprio rapporto con la globalità della vita. La volontà e la perseveranza nella pratica ci permettono di divenire “maestri di noi stessi” e di vivere in armonia con il Dao, la via della natura. Ma, vorrei rispondere a questa domanda con una poesia di  Bertolt Brecht che  dedico con piacere a tutti gli allievi di tutte le discipline.

Leggenda sull’origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell’emigrazione

Quando fu, e già logoro, ai settanta,
anche il Maestro ebbe voglia di quiete.
Chè nel paese ancora una volta era debole il bene
e ancora una volta più forte cresceva la malvagità.
E lui cinse i calzari:

E prese su quanto aveva di bisogno.
Poco. Però, una cosa e l’altra, e c’era
la pipa che sempre fumava, la sera,
e il libro che sempre leggeva.
E, a occhio, pan bianco.

Godè la valle ancora e la dimenticò
quando ai monti volse la via.
E il suo bue godeva l’erba fresca,
ruminando, con il vecchio in groppa,
ad un passo che per lui bastava.

Ma nel quarto giorno fra i dirupi
gli sbarrò la strada un gabelliere:
”Hai qualcosa di prezioso?”,  ”Nulla”.
E il ragazzo che guidava il bue disse:”Insegnava”.
Tutto dichiarato, dunque.

Ma quell’uomo, in un suo lieto animo,
chiese ancora:  “E che cosa ne ha cavato?”
E il ragazzo:  “Che cede all’acqua docile,
a lungo andare, la pietra più tenace.
Quel che è duro la perde, capisci?”

Per andare finchè c’era, di quel giorno,ancora luce
pungolava il ragazzo ora il bue.
E già dietro un pino nero scomparivano quei tre
quando improvvisamente si riscosse
l’uomo e gridò:  “Ferma, ehi!

Che storia è, questa dell’acqua, vecchio?”
“Ti interessa?”  Il vecchio si fermò.
“Io sono solo un gabelliere”, disse,
“ma, chi alla fine vinca, interessa anche me.
Dillo, se tu lo sai!

Tu scrivimelo! Dettalo al ragazzo!
Non si può portar via certe cose con sé.
Ce n’è, da noi, di carta e inchiostro.
E anche da cena. Quella è casa mia.
E’una proposta, no? ”

Con lo sguardo allora il vecchio scese
su quell’uomo. Giubba a toppe. Scalzo.
E la fronte tutta fitte rughe.
Oh, non gli parlava un vittorioso.
E mormorò:  “Anche tu?”

Per dir di no a una cortese preghiera
era il vecchio, o pareva, troppo vecchio.
E così disse forte: “Chi domanda si merita risposta”.
Poi il ragazzo:  “E vien freddo”.
“Bene, una breve sosta”.

Dal suo bue scese il Saggio
e scrissero per sette giorni in due.
Li nutriva, il gabelliere, e soltanto sottovoce
in quei giorni bestemmiava con i suoi contrabbandieri.
E il lavoro si compì.

E una mattina il ragazzo porse
al gabelliere ottantuna sentenze.
E per qualche provvista ringraziando
pei dirupi dietro il pino presero.
Più di così chi può esser cortese?

Ma non solo al Saggio si dia lode
che sul libro col suo nome splende!
Chè strappargliela si deve, prima, al Saggio la saggezza.
Anche sia grazie dunque al gabelliere
che la seppe volere.

 

Gianna Sabatelli